Lo spettro di un conflitto di lunga durata ha fatto scattare ieri il costo del petrolio e ha spaventato i mercati, con i listini europei e statunitensi in rosso. Il prezzo al barile ha sfondato quota 90 dollari per il Wti ed è volato a oltre 92 dollari per il Brent. In rialzo anche il gas. I futures di aprile hanno chiuso in ulteriore rincaro a 52,8 euro (+4%). E mentre il prezzo sale, gli stoccaggi si riducono. In Europa sono sotto il 30%, in Italia al 46%. Al momento però le riserve sono in fase di svuotamento per la stagione invernale. A maggio e giugno riprenderà l’approvvigionamento e allora potrebbe innescarsi una competizione a trovare fornitori.
Ad allarmare gli operatori è stato prima l’annuncio del Qatar sulla possibile interruzione delle esportazioni in caso di uno scontro prolungato, con il rischio di un balzo del petrolio a 150 dollari. Nel pomeriggio italiano è poi arrivata la richiesta del presidente statunitense all’Iran di «una resa incondizionata» che di fatto chiude la porta a una intesa negoziata. Doha ha affidato il messaggio a un colloquio con il Financial Times: poche settimane e i Paesi produttori potrebbero fermare le esportazioni. Prospettiva che si somma alle difficoltà per petroliere e navi gassiere ad attraversare lo snodo chiave dello Stretto di Hormuz , sotto la minaccia dei pasdaran della Repubblica islamica dopo l’attacco all’Iran sferrato sabato scorso da Stati Uniti e Israele. Minaccia tale a spingere Washington a ipotizzare una scorta militare. Lo stesso quotidiano della City non esclude neppure che il petrolio possa balzare fino a 200 dollari, dopo essere salito in una settimana del 35% il Wti e del 28% il Brent.














