Radicali, influenti, duraturi. Un’antologica al MoMu di Anversa celebra i sei creativi che hanno fatto la storia della moda. Ecco perché, a 40 anni dal debutto, ispirano generazioni di designer

di Angelo Flaccavento

3 minuti di lettura

Con la nomina di Pieter Mulier alla direzione creativa della maison Versace, il dominio dei belgi sulla scena della moda può dirsi completo. È di Bruxelles Anthony Vaccarello di Saint Laurent, sono fiamminghi Meryll Rogge di Marni, Glenn Martens di Maison Margiela, Raf Simons di Prada, Julian Klausner di Dries Van Noten. E sono belgi per formazione sia Matthieu Blazy di Chanel (studi a Bruxelles) che Haider Ackermann di Tom Ford (ad Anversa). E dire che la storia di questo piccolo Paese del nord, in termini di moda, è recente.

Ha quarant’anni esatti: era il 1986, infatti, quando i Sei di Anversa giunsero a Londra con le loro visioni radicali e i cognomi impossibili. Non un collettivo, ma sei autori diversi (Dries Van Noten, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs, Marina Yee, quest’ultima recentemente scomparsa) che decisero di guadagnare visibilità. Pochi anni dopo si spostarono a Parigi, aprendo una breccia per le generazioni successive. Una storia, la loro, fatta di visione e determinazione, che risulta particolarmente attuale oggi, in una temperie dominata dai grandi gruppi, dalla forza bruta del denaro abbondante; una congerie nella quale per i piccoli, i laterali, emergere richiede il doppio dello sforzo.