Col sole di marzo lo splendore del lago è qualcosa di irresistibile. E io vorrei essere proprio a Moniga, verso l’ora del tramonto, con un bicchiere di Chiaretto del Garda in mano. È stata una gran bella scoperta, per me, la famiglia Turina, che ha legato il proprio nome ai vini del lago di Garda fin dagli anni Venti del secolo scorso, quando Luigi Turina inizia a coltivare vigneti di proprietà e a trasportare damigiane di vino col carro trainato dai cavalli per rifornire le osterie locali, spingendosi anche oltre il confine bresciano. A rafforzare il legame, a ridosso degli anni ‘50, ecco le prime bottiglie di Chiaretto prodotte nella cantina costruita a quel tempo nel cuore di Moniga del Garda. Ma c’è anche un aneddoto storico che addirittura anticipa queste date e risale alla fine dell’800, quando l’avo Angelo Turina giunge qui da Salò, lavorando come mezzadro nella corte del Senatore Pompeo Molmenti, colui che, di fatto, “inventò” il Chiaretto, “il vino di una notte”, così denominato per indicare il tempo in cui le uve restano a contatto con le bucce per ottenere il colore rosato.

Ora, il traguardo delle 100 vendemmie raggiunta con quella del 2025, è qui a testimoniare la bontà di un progetto e dei valori condivisi da quattro generazioni, l’ultima delle quali vede protagonisti i fratelli Andrea e Marco Turina, e il loro cugino Matteo. Questi ultimi, rispettivamente di 32 e 43 anni, sono enologi.