Ci sono dei vini che ti fulminano, come quella sera di due anni fa all’Osteria Mondo d’Oro di Verona dove ordinai un vino al calice, un Lugana in bottiglia renana, che non conoscevo: Patrizia Cadore. Da innamorarsi, per saperne di più. Ora, il legame della famiglia Cadore con il mondo del vino vanta oltre 120 anni di storia, iniziata nell'Ottocento a Mason Vicentino, vicino all'antico e splendido Monastero di San Biagio, con la produzione del Torcolato da uva Vespaiola. Tuttavia, nel 1954, la famiglia si trasferì nell’areale gardesano del Lugana, dove Adriano Cadore e il fratello Uberto acquisirono terreni per coltivare uve a bacca bianca e rossa quali Tocai, Merlot e Cabernet, dedicandosi alla vendita in damigiane.
Nel 2010 prende in mano l’azienda la nipote Patrizia, che vira verso la Doc locale, nel frattempo affermatasi, e punta soprattutto sul vitigno principe, la Turbiana, accanto ad altri uvaggi come il Tuchì per la produzione del San Martino della Battaglia, lo Chardonnay, il Merlot, il C. A rafforzare il suo nuovo progetto vitivinicolo, le figure dell’enologo Luigi Biemmi e del cantiniere Luigi Pedron, istrionico visionario. Da un decennio, anche l’ingresso della figlia Giada, oggi ventottenne, di ritorno da uno stage di marketing ed enoturismo nella Napa Valley, in California. E quando arrivo alla cantina, mi rendo conto che questo è un posto magnifico per ambientare l’enoturismo, con i picnic nelle vigne che guardano panorami spettacolari.






