Non parte da un brindisi celebrativo, ma da un gesto più concreto, quasi quotidiano: stappare un Amarone e accorgersi che accanto, nello stesso mondo, sta prendendo forma anche uno spumante Metodo Classico. Due estremi che dicono già molto della famiglia Tinazzi, della sua idea di vino e di come stare sul mercato senza farsi ingabbiare dalle etichette. La storia comincia nel 1968, a Cavaion Veronese, con Eugenio Tinazzi e un’azienda che guarda al territorio, ai clienti vicini, a una dimensione ancora domestica. Oggi la regia è nelle mani del figlio Gian Andrea, insieme a Francesca e Giorgio, e qui la parola “famiglia” smette di essere una formula buona per tutto e diventa organizzazione precisa, ruoli distinti, responsabilità chiare. Produzione e qualità da una parte, numeri e struttura dall’altra, mercati e sviluppo a chiudere il cerchio. Senza sovrapporsi, senza pestarsi i piedi, che nel vino è già metà del lavoro fatto bene.
I numeri sono quelli di un’azienda che ha spinto forte, oltre tre milioni di bottiglie e più di cinquanta Paesi raggiunti, ma il punto sta nel modo in cui ci è arrivata. Tinazzi cresce senza strappi, per aggiunte successive, tenendo il Veneto come baricentro. Lazise è il cuore operativo, la Valpolicella resta la grammatica di base. A Sant’Ambrogio, Poderi Campopian gioca la carta dell’altitudine e della misura, Corvina e Rondinella che cercano slancio più che peso. A Bardolino, Tenuta Valleselle cambia passo, il lago entra nei vini con quella sapidità netta che non ha bisogno di essere spiegata.






