Quella che produce vino sulla Sinistra Piave è la diciannovesima generazione dei Bonotto delle Tezze. Sono scesi dal Trentino sei secoli fa, ci sono rimasti: "Le mie radici si sono spostate di seicento metri in seicento anni", dice Antonio Bonotto, 62 anni, di Conegliano. La facciata bianca della grande casa della famiglia è sormontata da un timpano con le divinità greche del raccolto che cingono la scritta "1814 Agricolturae Favet", favorire l'agricoltura. Lo stemma di famiglia ha uno scudo nero sormontato da un angelo. Nel grande cortile la quercia secolare porta le ferite dei fulmini che, bruciando, le si sono attorcigliati al tronco. Ci sono stati in questi secoli Bonotto famosi, mezzo santi, matematici, medici, caduti nelle guerre d'Indipendenza, uno nella difesa di Venezia nel 1849. Non sono mancati i Bonotto poveri e emigrati a New York tra 1898 e 1914, i loro nomi sono negli elenchi di Ellis Island Immigration Station.

Per tutti i Bonotto il vino Raboso è stato e resta l'anima del commercio. Quando nasceva un figlio, muravano una bottiglia da aprire all'arrivo della cartolina precetto. Per i contadini erano ancora tempi di sola polenta, le donne zappavano chine, i piedi scalzi: giornate di fame più lunghe delle nevicate, come le chiamava il poeta Romano Pascutto. Nel 2014 è stata ritrovata intatta una bottiglia avvolta in carta da sacchi di cemento e murata con una data, 22 settembre 1963: l'aveva conservata Luigi, il padre di Antonio. Il Raboso è vino scuro, forte, antico. La leggenda dice che a portare il vitigno fu il compagno di Enea, Antenore, il fondatore di Padova. C'è da migliaia di anni, Ruzante lo chiama "il mio Sgarboso". La Serenissima lo inserisce nella razione alimentare degli "uomini di mare", mezzo litro di vino rosso a testa. Il "vin de viajo" per Goldoni.