Due persone che scendono insieme sulla stessa pista, una davanti che dà indicazioni, l'altra dietro che ascolta.
È una questione di alchimia, delicatissima, il rapporto tra gli sciatori ipovedenti e le loro guide alle Paralimpiadi, e non è raro che siano tra loro fratelli, come ha raccontato The Athletic. È il caso, per esempio, della statunitense Meg Gustafson, classe 2009, guidata dal fratello maggiore Spenser dall'alto dei suoi 18 anni, alla prima apparizione paralimpica.
Specialmente quando si è così giovani, c'è bisogno di fidarsi nel modo più assoluto, mentre da un auricolare collegato con sistema Bluetooth al microfono della guida arrivano suggerimenti, dritte, ordini. Un vocabolario che però, spiega il britannico Andrew Simpson, guida del fratello Neil, deve essere il più scarno possibile: "Si tratta di un feedback costante - spiega. Più si è connessi, migliore è la sciata, cercando anche di sfruttare la scia. L'obiettivo è non complicare troppo le cose, ma ci sono molte informazioni da trasmettere". Una comunicazione "semplice e stupida", sintetizza sorridendo il fratello Neil.
Ma non sempre gli scambi sono monodirezionali, raccontano le sorelle belghe Eléonor e Chloé Sana, ormai ritiratesi. Una cosa dettata dal fatto che la seconda, la guida, non aveva un passato da sciatrice professionista e non riusciva a girarsi a discesa in corso per controllare: "Così - racconta - abbiamo deciso di parlare durante tutta la gara. Eléonor mi diceva: 'Sono vicina. Puoi andare' oppure 'Rallenta'. Ci incoraggiavamo a vicenda e parlavamo continuamente". Alla loro prima gara internazionale Chloé cadde, sentendosi "anche peggio di mia sorella, perché ero solo la guida, e non l'atleta". Ma in carriera si sarebbero rifatte a suon di medaglie.











