Nei container del migliaio di navi bloccate nei e davanti ai porti di Dubai, Doha e Jubail sono presenti anche covoni di erba medica provenienti dall’Italia. Da anni Emirati Arabi, Qatar o Arabia Saudita comprano tonnellate del nostro foraggio nel tentativo di impiantare allevamenti bovini - qui l’acqua è poca e i terreni sono desertici - per garantirsi una produzione autonoma di carne e latte. E tanto basta per capire perché, per questi Paesi, è cruciale il made in Italy: i beni e i servizi comprati dalle nostre aziende - è di 21 miliardi il valore soltanto nei Paesi più interessati dal conflitto - sono una leva tecnologica fondamentale nel processo di diversificare le proprie economie, “affrancarle” dalla dipendenza del petrolio.

Infatti, con la stessa logica insita nelle importazioni di erba medica, arrivano dall’Italia dissalatori o pompe per estrarre l’acqua, turbine e valvole per la raffinazione del crude, compressori per impianti solari e termodinamici, macchine imballatrici per gli alimenti, fresatrici per il marmo, software per la cybersicurezza, legno, metalli, plastiche, piastrelle o solventi chimici. Merci prodotte da grandi come piccole imprese, per certi aspetti più strategiche per i destinatari rispetto alle auto di lusso, agli abiti, agli accessori o ai gioielli e le pietre preziose, tanto amati da chi vive ad Abu Dhabi, a Manama o a Riad. Sono flussi che si vogliono mantenere, ma che sono destinati a rallentarsi con gli Stati Uniti e Israele che stanno bombardando l’Iran e con Teheran che, a sua volta, punta a estendere il conflitto all’intero Golfo.