PARIGI – La sala al n. 22 degli Champs Elysée è immersa in una penombra quasi sacrale quando le prime immagini cominciano a scorrere sugli schermi. Volti, paesaggi, frammenti di città, la luce che cambia nel corso del giorno. È una sequenza lenta, quasi meditativa, che prepara lo sguardo a ciò che sta per accadere. Sabato 7 marzo, a Parigi, la seconda sfilata di Pierpaolo Piccioli per Balenciaga è una delle più attese di questa Fashion Week dominata dalle cosiddette “seconde prove”: Jonathan Anderson ha aperto la settimana con il suo debutto da Dior, Matthieu Blazy è atteso lunedì sera da Chanel, e Piccioli torna sulla passerella della maison fondata da Cristóbal Balenciaga per consolidare il nuovo corso. Perché se la prima sfilata di un direttore creativo è sempre un manifesto d’intenti, la seconda è quella in cui la visione inizia davvero a prendere forma. È il momento in cui le idee si radicano nel linguaggio del marchio, in cui si capisce se e come lo stile del designer riesca a dialogare con il DNA della maison.
Ed è qui che il lavoro di Pierpaolo Piccioli appare più focalizzato che mai. È sorprendente, quasi prodigioso, vedere come sia riuscito a declinare i suoi tratti distintivi — quella sensibilità couture, quell’attenzione radicale per l’umanità dei corpi e delle persone — tenendo insieme in modo coerente la memoria di Cristóbal Balenciaga e il percepito contemporaneo del brand. Una collezione costruita interamente intorno a un’idea di chiaroscuro, di luce e ombra, che si trasforma in linguaggio sartoriale e poetico.












