di Gian Carlo Cocco*
La Direttiva UE 2023/970 prescrive l’equità e la trasparenza nella definizione delle retribuzioni delle organizzazioni con il fine di contrastare il divario e la discriminazione salariale. Entro giugno 2026, le aziende dovranno rendere palesi le fasce salariali dei propri collaboratori consentendo agli stessi di conoscere i criteri retributivi con i quali sono state definite. La normativa, in sostanza, dovrebbe indurre un rinnovamento della politica e della gestione del capitale umano in termini di condivisione e coinvolgimento. Questa normativa trova la sua lontana origine da esigenze di equità e trasparenza.
Partiamo innanzitutto da alcuni chiarimenti terminologici. Due sono gli aspetti chiave di questa normativa: l’equità (cioè il criterio che deve caratterizzare la imparziale definizione dei livelli retributivi nei confronti delle persone che fanno parte di un’organizzazione) e la trasparenza (cioè la chiara evidenza dei dati retributivi e la conseguente visibilità degli stessi ad ogni componente dell’organizzazione).
L’equità è un termine impiegato come sinonimo di giustizia, vale a dire di uguaglianza di trattamento e di conseguente imparzialità nei confronti di tutti coloro che fanno parte di un sistema organizzato (stato, impresa, ente di qualsiasi natura). Il termine equo significa anche equilibrato, proporzionato e alla base della ragionevolezza delle decisioni.











