Nata tra i monti della Laga, l’amatriciana è diventata nei secoli, uno dei simboli assoluti della cucina romana. Dal guanciale rosolato lentamente, al pomodoro, fino al Pecorino romano che ne completa il piatto, questa ricetta racconta da sempre una storia fatta di transumanze, osterie affollate e convivialità. La sua popolarità nasce e cresce soprattutto nell’Ottocento, quando molti amatriciani si trasferirono a Roma aprendo numerose trattorie, aiutando di fatto la diffusione del piatto nella Capitale e trasformandolo nell’icona gastronomica che è oggi. Come spesso avviene in questi casi, la popolarità del piatto è anche progenitrice di storie, persone e personaggi che nel tempo, a vario titolo, hanno contribuito al racconto e al mito, evocandola come sapore simbolico di Roma, tra nostalgia e appartenenza.
La giornata
Amatriciana day: con cipolla o senza? La ricetta-poesia di Aldo Fabrizi del 1974
Così, tra cinema, teatro e musica, l’amatriciana è diventata molto più di una ricetta: è memoria collettiva, identità culturale e orgoglio gastronomico, un piatto capace di unire palco e cucina sotto lo stesso, inconfondibile profumo. Probabilmente il più famoso in questo senso è stato Aldo Fabrizi – attore, regista, comico e grande appassionato di cucina e del buon mangiare – che nel libro “La pastasciutta – Ricette e considerazioni in versi” (Mondadori 1970) la celebrò in quello che è oggi un vero e proprio manifesto in forma poetica, ‘La Matriciana mia’. Nel testo il poeta preferiva – o meglio aggiungeva – anche cipolla e zenzero nel soffritto. Oggi Fabrizi sarebbe considerato alla stregua di un “sacrilego” con orde di hater a inseguirlo in cucina.






