Droni, missili e bombe iraniani stanno cadendo su varie parti del Medio Oriente che negli ultimi anni sono cresciute significativamente come destinazioni dell’export italiano. Sono mercati oggi compromessi? Ed eventualmente in che misura?
Le nostre aziende dovranno cambiare le loro strategie? Andiamoci piano. Indubbiamente la vita normale a Dubai, Abu Dhabi, Riyad, Doha, Tel Aviv è stata scombussolata in questi giorni: uno choc per il turismo, le consuete attività economiche e finanziarie, gli investitori. Ma è prematuro prefigurare ripercussioni eccessive sulle economie e sugli scambi con il Medio Oriente, un’area che già in passato è stata ripetutamente attraversata da fasi di tensione, benché non paragonabili per ampiezza geografica dei Paesi coinvolti con quella attuale. Molto dipenderà dalla durata del conflitto e dal suo esito, al momento imprevedibili. Occorre prudenza nelle valutazioni ed evitare di giungere a conclusioni affrettate.
Ci limiteremo qui a ricostruire un quadro dell’importanza raggiunta dal Medio Oriente come sbocco per le esportazioni dell’Italia. Innanzitutto, partiamo da un dato relativo al 2025. Se consideriamo il periodo di dodici mesi che va dal dicembre 2024 al novembre 2025, osserviamo che le vendite del Made in Italy nell’area che l’Istat definisce come “Medio Oriente” sono ammontate a ben 28,3 miliardi di euro. È il massimo storico mai raggiunto dal nostro export in tale area. La figura a fianco mostra l’evoluzione delle esportazioni italiane complessive di merci verso il Medio Oriente dal 2000 ad oggi, più che triplicate, sia pure a prezzi correnti. La dinamica dell’export ha registrato una accelerazione nella prima decade del nuovo millennio, una successiva fase di stabilizzazione nel secondo decennio a cui ha fatto seguito un balzo finale assai rilevante negli anni post-Covid. Infatti, dal 2019 al 2025, la crescita delle vendite del Made in Italy in Medio Oriente è stata del 61%.














