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Crisi economica e blackout paralizzano l’isola mentre aumentano esercitazioni militari e tensioni con Washington. Il governo teme destabilizzazioni interne e prepara la difesa

La macchina bellica americana è proiettata in Medio Oriente e nelle acque del Golfo Persico, ma non per questo il cortile di casa resta sguarnito. Tra i vari dossier sulla scrivania di Donald Trump rimane anche quello di Cuba. L'isola è stretta nella morsa delle sanzioni e soprattutto rimane a secco, o quasi, di petrolio dopo il blitz statunitense in Venezuela che ha portato all'arresto di Nicolás Maduro. La Casa Bianca, anche sotto la spinta del segretario di Stato Marco Rubio, sembra intenzionata a chiudere la pratica tagliando la testa del regime castrista.

E infatti a L'Avana cresce la paura di un colpo di mano. A ipotizzare un'accelerazione è stato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, alleato storico dell'isola: "Stanno tentando un piano simile per Cuba", ha affermato, alimentando la tensione. Quasi parallelamente agli attacchi in Iran, Rubio attaccava l'isola parlando di uno status quo "inaccettabile" e chiedendo riforme economiche e politiche "drammatiche" per evitare il fallimento. A questo scenario si aggiunge anche l'attività di lobbying della grande comunità di dissidenti cubani presenti negli Stati Uniti, in particolare a Miami che, durante un evento, ha lanciato un "Accordo per la liberazione di Cuba", sottoscritto dai principali gruppi dell'opposizione, uniti per sollecitare un rapido cambiamento.