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Ultimo aggiornamento: 17:50

Tre giorni fa Leila Farahbakhsh, attivista iraniana esule in Italia da 15 anni, ha bloccato un corteo pacifista a Firenze di Arci, Anpi e altre sigle gridando loro: “Dove eravate quando il regime iraniano massacrava 40mila persone?”. Gli organizzatori le hanno risposto che non ignorano il regime, ma che rifiutano la guerra israelo-statunitense e i suoi crimini. Le hanno detto di sostenere le donne iraniane contro la guerra e contro il regime, ma per l’attivista questa non è la posizione giusta da prendere.

Considerata la situazione, io invece penso che sia una posizione molto logica. Ieri, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato che i morti per mano israeliana e statunitense sono già 787. Il numero sale di ora in ora, e dobbiamo considerare che siamo soltanto all’inizio di questa tragedia.

Personalmente, io capisco la rabbia di Farahbakhsh in un periodo così traumatico per il suo popolo e conosco bene il dolore per la sensazione che le persone attorno a te siano indifferenti alla tragedia che tocca la tua gente e la tua identità. Ma ritengo inaccettabile prendersela con quelle persone lì, accusandole persino di ipocrisia, mentre buona parte della diaspora iraniana in Italia sta festeggiando l’attacco israeliano e statunitense che ha massacrato oltre 165 bambine in una scuola a Minab, nel sud dell’Iran. Prima di condannare chi si oppone alla guerra, bisognerebbe prendere posizione contro monarchici e sionisti iraniani che stanno festeggiando tutto ciò e che intimidiscono con violenza sui social e nelle piazze ogni critico del figlio dell’ex Shah Reza Pahlavi e Israele, come è successo alla docente Farian Sabahi e a tante altre iraniane esposte su questo tema.