L’Iran sta vivendo il momento più difficile e pericoloso dal 1979. Nemmeno quando il nuovo sistema della Repubblica islamica, a cui si contrapponevano comunisti, socialisti islamici e moderati liberali, doveva ancora strutturarsi sull’onda della rivoluzione. Nemmeno quando otto anni di guerra con l’Iraq devastarono il Paese, prosciugarono le sue risorse e ne segnarono una generazione, Teheran apparve così isolata, colpita, vulnerabile come adesso. Oggi l’Iran è sgretolato. E dunque inferocito. L’attacco congiunto lanciato il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele ha prodotto uno shock strategico. Saltati gli accordi, congelato ogni dialogo, evaporata la residua ambiguità diplomatica. Da allora Teheran ha risposto con droni e missili verso più direzioni: non solo contro Israele, ma contro il vicinato, i Paesi del Golfo, colpendo le basi militari americane e dentro le città, i centri economici e del potere delle monarchie. Non è una reazione impulsiva. È una scelta.
Guerra in Iran: che cosa rischia l'Europa?
Poche settimane fa si ragionava su quanto l’Iran fosse un bersaglio diverso dal Venezuela. Teheran – a differenza di Caracas – dispone di strumenti di risposta asimmetrici, profondità strategica, capacità di allargare il conflitto. E sta usando esattamente quei margini. Non può vincere militarmente contro gli Stati Uniti. Ma può trascinare la regione in una spirale rischiosa. Si parla ora di “escalate to de-escalate”: alzare drasticamente il livello dello scontro per costringere l’avversario a fermarsi, saturarne le difese. Finché l’Iran combatteva attraverso Hezbollah, le milizie irachene, gli Houthi, manteneva distanza e opacità. Oggi quella profondità strategica, costruita in decenni, è stata erosa. I proxy sono stati indeboliti o eliminati. Il sistema di difesa avanzato è stato colpito. La deterrenza per procura non basta più. E allora cambia la linea militare. Non più guerra indiretta, ma “signalling” diretto. Missili firmati. Attacchi rivendicati. Coinvolgimento degli Stati che ospitano o sostengono il fronte avversario.













