Per comprendere lo stato d’animo dell’ayatollah Ali Khamenei, bisogna osservare la prima mossa che fa dopo l’attacco israeliano di ieri notte. I jet di Benjamin Netanyahu, con una precisione chirurgica, sparano missili che finiscono dritti negli attici dei comandanti iraniani che vivono nella zona ricca di Teheran, la parte nord. Oltre a distruggere i siti nucleari della Repubblica islamica, le sue difese aeree e le sue basi militari, tra gli obiettivi dell’operazione «Rising Lion» c’è quello di decapitare la catena di comando militare della Repubblica islamica. Nel mirino c’è anche Hossein Salami, il generale delle guardie della rivoluzione, il braccio militare più potente d’Iran. Alle tre e trenta, Salami dorme nel suo letto. Un minuto dopo muore. Khamenei, in fretta e furia, dà l’incarico provvisorio ad Ahmad Vahidi, ex comandante dell’Ircg e ministro degli Interni: non può lasciare i pasdaran senza capo. Dopo solo tre ore, fa un altro nome e sceglie il generale di brigata Mohammad Pakpour. «Ed è esattamente l’effetto che sperava di creare Netanyahu», dice al Corriere Saeid Golkar, professore e membro della United Against Nuclear Iran. «Li ha colti di sorpresa e disorientati. L’attacco israeliano ha creato una voragine nel regime, è stato pianificato per paralizzare la Repubblica islamica che, mutilata ai vertici, fa fatica a scegliere le prossime mosse».