In ordine: lo choc, l’orgoglio, e poi la realtà. Che per Ali Khamenei, stremato da cinque giorni di bombardamenti a pioggia, significa anche pensare a una strategia d’uscita per salvaguardare il potere. Coscienti di non reggere a lungo il confronto bellico con l’esercito israeliano, gli ayatollah hanno lanciato un appello sotterraneo, ma, dicono, disperato, a Qatar, Arabia Saudita e Oman: fate pressione su Donald Trump perché usi la sua influenza su Israele e convinca il governo di Netanyahu a un cessate il fuoco immediato. In cambio, l’Iran sarebbe pronto a mostrare flessibilità nei negoziati sul nucleare. Che potrebbe dire: retrocedere sull’arricchimento dell’uranio. Lo racconta il Wall Street Journal e lo confermano al Corriere fonti diplomatiche che chiedono di rimanere anonime. Spiegano: «È chiaro che gli iraniani sono in grave difficoltà. Non è solo un problema di missili, li terrorizza realizzare che gli uomini dei servizi segreti israeliani probabilmente mangiano al loro stesso tavolo. Tra distruzione e infiltrazioni, la sopravvivenza della dittatura è messa a dura prova». Interdetti e storditi da questa guerra che pensavano di poter evitare, i religiosi islamisti lanciano minacce via organi di stampa — «ci vendicheremo!» —, ma, intanto, nel silenzio assordante dei loro bunker, studiano la strategia negoziale: «Mandano avanti le figure più moderate per inviare segnali a Trump.