Benjamin Netanyahu questa volta non ha usato troppi giri di parole. Ai microfoni di Abc News, rispondendo a una domanda sul presunto veto Usa all’uccisione di Ali Khamenei, il premier israeliano non ha avuti dubbi: «Non aggraverà il conflitto, ma porrà la sua fine». E a questo punto, nessuno può più escludere che la Guida suprema dell’Iran rientri tra gli obiettivi dei raid dell’Idf. Difficile dire se quella di Netanyahu sia soprattutto una forma di guerra psicologica. Per qualche osservatore, le parole di “Bibi” sarebbero solo un modo per mettere ulteriore pressione su un regime ferito nel profondo dagli attacchi che da giorni investono tutto il Paese e che hanno decapitato i fedelissimi di Khamenei e i vertici delle forze armate. Ma per altri, non è da escludere che l’ayatollah possa diventare l’ultimo trofeo di caccia della guerra di Israele all’Asse della Resistenza. Un conflitto che ha visto morire il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, tutti i comandanti della milizia palestinese a Gaza, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e anche il suo successore, Hashem Safieddine. E ieri, dopo che l’Idf ha centrato la sede della televisione di stato iraniana, anche il ministro della Difesa, Israel Katz, ha voluto inviare un chiaro avvertimento: «Colpiremo il dittatore iraniano ovunque».