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1 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 13:29
Si era definito “il presidente della pace” fino ad autocandidarsi al Nobel, aveva promesso di non iniziare nuovi conflitti (anzi, di terminarli) e di interrompere “la corsa a rovesciare regimi stranieri“. Ma a dieci anni dalla sua prima elezione al grido di “America first”, Donald Trump “ha scelto di diventare il presidente della guerra, diventando sempre più desideroso di esercitare il proprio potere oltreoceano”. Lo scrive il New York Times in un commento firmato dal corrispondente dalla Casa Bianca Peter Baker, in cui si sottolinea che il bombardamento dell’Iran di sabato è l’ottava azione militare contro uno Stato straniero ordinata da Trump nel suo secondo mandato.
A giugno dell’anno scorso, infatti, le forze Usa avevano già attaccato l’Iran per colpire le sue infrastrutture nucleari: in quell’occasione Trump disse che il programma atomico della Repubblica islamica era stato “cancellato“, salvo poi, nemmeno un anno dopo, lanciare una nuova offensiva con la stessa motivazione. Il primo raid della sua amministrazione però risale a febbraio dello scorso anno contro gruppi legati a Isis e Al Qaeda in Somalia; un’azione ripetuta in Nigeria il giorno di Natale, quando il tycoon annunciò di aver colpito “la feccia terrorista dell’Isis che prendeva di mira e uccideva cristiani innocenti”. Il bersaglio più frequente è stato lo Yemen, dove aerei e navi da guerra americane hanno ripetutamente colpito obiettivi dei ribelli Houthi, appoggiati dall’Iran e responsabili di attacchi a navi commerciali e militari nel golfo di Aden. Le forze Usa hanno anche condotto regolarmente raid in Siria e in Iraq, prendendo di mira combattenti e infrastrutture dell’Isis.










