Il racconto di Carmelo Cinturrino, cristallizzato nel verbale del 26 gennaio, è dettagliato e rafforzato dalla mimica. Mansouri «ha estratto dalla tasca questa pistola (appoggia la mano destra sulla tasca destra del proprio giubbotto), l’ha tirata fuori e l’ha puntata verso di noi (allunga il braccio destro mimando l’impugnatura della pistola), io ero il primo e il collega era dietro. Ha tirato su la pistola e io ho esploso (allunga il braccio destro mimando l’impugnatura)». Solo un fatto, per la Procura e la squadra Mobile, non è una menzogna: il colpo sparato dall’assistente capo contro il pusher marocchino. Tutto il resto - la reazione di Mansouri, l’arma accanto al corpo della vittima, la telefonata ai soccorritori - secondo l’accusa è una messa in scena per camuffare in legittima difesa un omicidio volontario.
Il muro di falsità costruito dall’agente ha cominciato a sgretolarsi con le testimonianze di chi, all’imbrunire del 26 gennaio, ha assistito al presunto duello tra Mansouri e Cinturrino. Il poliziotto che affiancava Luca, nome con cui era noto in zona Corvetto, dapprima conferma la versione del compagno: «Intimiamo l’alt. Anche lui urlava “polizia, polizia”. Poi l’assistente ha sparato, perché nel momento in cui viene puntata un’arma addosso... insomma ha fatto quello che... penso per legittima difesa, comunque».












