Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
23 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 11:45
L’assistente capo del commissariato Mecenate Carmelo Cinturrino è stato arrestato oggi per omicidio volontario perché, si legge nelle 18 pagine di decreto di fermo, “ha cagionato la morte” del 28enne marocchino Abderrahim Mansouri mediante l’esplosione di un colpo di pistola, “coscientemente e volontariamente diretto alla sagoma della vittima, in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione”. La pistola finta trovata accanto al cadavere è stata messa dall’agente tanto che il suo profilo genetico è stato individuato in diversi punti della pistola. E ancora: “Mansouri, come emerso dalla preliminare analisi della traiettoria del proiettile, è stato attinto mentre cercava una via di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da circa trenta metri, il lancio di una pietra, ovvero avesse minacciato i poliziotti da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli”.
Il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, quando Cinturrino ha sparato, secondo la Procura di Milano, “non vi era una concreta minaccia ed il grave ritardo con cui furono allertati i soccorsi, ritardo ascrivibile a Cinturrino, il quale tranquillizzò tutti i colleghi sul fatto di aver chiamato la Centrale operativa ed il 118, sono circostanze significative del dolo omicidiario che ha sorretto la condotta dell’indagato; deve, infatti, ricordarsi che la morte del Mansouri fu certificata come avvenuta alle ore 18,31 e che dal verbale sanitario” il presunto pusher “non morì sul colpo e diede numerosi segni di vita”. E se pur al momento il movente non è stato circoscritto “occorre rilevare che, dalle dichiarazioni delle persone escusse a sommarie informazioni, nonché da quanto riferito dagli indagati durante gli interrogatori del 19 febbraio, è emerso un quadro allarmante dei metodi di intervento di Cinturrino, inteso Luca, durante le operazioni di contrasto allo spaccio delle sostanze stupefacenti nei boschi di Rogoredo nonché una pregressa conoscenza tra con Mansouri”. Il castello di carte messo in piedi dal poliziotto è dunque crollato. E questo grazie anche agli interrogatori dei colleghi che in un primo momento, durante le sommarie informazioni quando ancora non erano indagati per favoreggiamento e omissione, lo avevano coperto.













