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23 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 11:23
Molti indizi convergenti, arrivati finanche dalle dichiarazioni dei colleghi che erano con lui sulle scena del crimine. E poi quelle impronte digitali mancanti sulla pistola che Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, a Milano, gli avrebbe puntato contro inducendolo ad aprire il fuoco per difendersi. A quasi un mese di distanza, sembra definitivamente sgretolarsi il castello di carte montato da Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di Polizia accusato dell’omicidio volontario del pusher marocchino. L’agente è stato fermato lunedì mattina: i colleghi della Squadra Mobile, coordinati dal pubblico ministero Giovanni Tarzia e il procuratore capo Marcello Viola, lo hanno bloccato lunedì mattina alle 8.30 ne parcheggio del commissariato di Mecenate, dove stava per entrare in servizio, non essendo mai stato sospeso ma solo privato dell’arma di servizio.
Cinturrino, sostiene la procura nel motivare il fermo con il pericolo di fuga, potrebbe scappare perché nella sua disponibilità sono stati trovati diversi “alloggi”. Nella richiesta al giudice per le indagini preliminari affinché convalidi il fermo si farebbe riferimento anche a un “pesantissimo” rischio di inquinamento probatorio, al pericolo di reiterazione di altri reati, e alle pericolosità sociale del 41enne di Messina che, secondo fonti inquirenti, sarebbe emersa in modo “inquietante” dalle indagini. Gli uomini della Squadra Mobile hanno anche perquisito diverse abitazioni, compresa la casa della compagna, la portinaia in un palazzo Aler in via Mompiani.












