È stato fermato ieri mattina alle otto e mezza, nel parcheggio del commissariato Mecenate mentre stava per prendere servizio nell’ufficio in cui era stato spostato dopo l’omicidio. L’assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, non aveva più incarichi operativi da quando, il 26 gennaio, ha ucciso con un colpo di pistola alla testa il ventiseienne Abderrahim Mansouri durante un controllo antispaccio nel boschetto della droga di Rogoredo. «Ha estratto dalla tasca destra una pistola, ho avuto paura», le prime dichiarazioni a verbale di Cinturrino. Ma le indagini della squadra mobile di Milano e gli approfondimenti della Scientifica raccontano un’altra verità: Mansouri impugnava una pietra e a mettere l’arma con il tappo rosso accanto al suo corpo, come rivelano le tracce di dna, sarebbe stato proprio Cinturrino. «Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto», spiega ora l’agente al suo avvocato Piero Porciani. Secondo l’accusa, in realtà, il poliziotto imponeva un regime di terrore nei territori dello spaccio e anche nei confronti di chi lavorava con lui.
«Un tradimento nei confronti della nazione, della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine», è lo «sgomento» espresso dalla premier Giorgia Meloni. «Con chi sbaglia, a maggior ragione perché indossa quella divisa, occorre essere implacabili. La giustizia farà il suo corso e confidiamo che sia determinata, anche perché - a differenza di quello che leggo - non esiste alcuno “scudo penale”».











