C’è un passaggio, nell’articolo firmato da Alberto Mattioli su La Stampa, che tradisce le vere intenzioni. Non solo del pezzo in sé, ma dell'intera "intellighenzia" progressista". Il passaggio è quello in cui si insinua che Beatrice Venezi sia “accecata dall’ubris” o “malissimo consigliata” quando critica i dipendenti de La Fenice. Insomma si compie l’ennesima riduzione caricaturale di una professionista, ridotta a figurina ideologica. È un copione già visto, dove il giudizio artistico arretra e avanza il pregiudizio politico. Storia vecchia. Ma clamorosamente stucchevole.
Colpisce, soprattutto, la memoria selettiva. Mattioli finge di dimenticare che i primi attacchi pubblici non sono partiti dalla direttrice, bensì da settori dell’orchestra e dalle maestranze della Fenice, che hanno contestato la sua nomina prima ancora che iniziasse il mandato. Venezi ha replicato, difendendo la propria posizione e il proprio lavoro: un diritto elementare, trasformato però in colpa. La direttrice d'orchestra, per inciso, nelle ultime ore ha anche rilasciato un'intervista al quotidiano argentino El Clarin in cui punta apertamente il dito contro ilò "pregiudizio politico" di cui è vittima.
BEATRICE VENEZI, RICCARDO MUTI ZITTISCE I ROSICONI DI SINISTRA: BASTANO 3 PAROLE







