Sulla vicenda di Beatrice Venezi al Teatro La Fenice, una cosa mi ha colpito: il tentativo di Alberto Mattioli, su La Stampa, di perculare sia il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, sia il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi. Adesso, che a Mattioli riuscisse difficile fare il simpatico (anche se u picciriddu ci prova), era cosa nota. Ma lo credevo colto.

Veniamo alla presunta colpa di Brugnaro, secondo il burlone Mattioli: avere dichiarato: «Bisogna andare a sentire la musica classica da riposati. Se ci arrivi stanchissimo, come me che mi alzo alle sei, ti cade l’entusiasmo». Per lo sfottente Mattioli: «È questo il punto. Brugnaro e i pari suoi considerano la musica “colta” e il teatro d’opera mero intrattenimento, e pure più lungo e palloso di altri».

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Adesso, io frequento l’opera come si confà a chi è nato da famiglia aristocratica, con papà melomane e mamma pianista: con gran diletto, spasso e pantagrueliche ronfate. Perché non si è veri cultori di musica colta se non si sa, avendolo esperito in prima persona, che la palpebra sovente cala, ci si abbiocca (e ti arriva la gomitata). Orrore dei tempi moderni, senz’altro. All’epoca, quando l’opera lirica trovava un senso nella sua stessa contemporaneità, essa era rifugio per aristocratici che, durante il giorno, riposavano. Certo, nell’Ottocento ci furono sparuti proletari che, dopo avere passato la giornata - che ne so - in miniera, affollavano quei teatri lirici minori che andavano nascendo e che non si facevano troppi problemi con le orchestre raffazzonate o con i cantanti un po’ délabré. L’unico momento in cui vi fu vera partecipazione popolare all’opera è il Risorgimento: ma si andava a battere le mani, a manifestare patriottismo e- Mattioli converrà, conviene?- quella stessa populace oggi tiferebbe Beatrice Venezi per le ascendenze sovraniste, patriottiche e quant’altro.