Un fatto di cronaca accaduto nel 1977 a Indianapolis si trasforma in un thriller politico sull’America capitalista, capace di rovinare la vita a risparmiatori pronti a investire i loro capitali per un futuro migliore, cinicamente truffati da persone senza scrupoli. D’altronde trent’anni dopo qui sarebbe esplosa la più grande bancarotta bancaria di sempre. Non è un caso che questo misfatto abbia attratto l’attenzione di Gus Van Sant, un regista che ha saputo costruire il suo cinema ribelle e anticonformista attingendo spesso da storie vere, a cominciare dal suo capolavoro “Elephant” (Palma d’oro e miglior regia a Cannes 2003), storia di uno dei tanti massacri Usa in edifici scolastici e apice della “trilogia della morte” assieme a “Gerry” e “Last days”, eco della tragica morte di Kurt Cobain; ma anche ad esempio “Milk” e “Don’t worry”, penultimo film prima di questo “Il filo del ricatto – Dead man’s wire”, passato, purtroppo Fuori Concorso, all’ultima Mostra, quando avrebbe meritato la gara per il Leone. Si racconta di Tony Kiritsis, cittadino onesto che ha comprato un pezzo di terra per costruire un centro commerciale, senza riuscire a trovare degli investitori per volontà della stessa agenzia di mutui che ne aveva agevolato l’acquisto. Scoperto l’inganno, Tony armato di fucile prende in ostaggio Richard Hall, figlio del presidente della società che gli ha rovinato la vita. Il fucile, attaccato ad una cordicella e legato al collo del sequestrato, potrebbe sparare al minimo tentativo di liberarsene. A 7 anni dalla sua ultima fatica, il regista statunitense dirige un thriller di grande tensione esasperando le valenze narrative, registrando la partecipazione dell’opinione pubblica e l’arrivo delle reti televisive, creando un continuo, ansiogeno dialogo a distanza tra sequestratore e forze dell’ordine. Lo stile quasi lumetiano ricorda ovviamente “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, anche per la presenza di Al Pacino, qui non più l’allora assalitore della banca, ma il boss dell’agenzia e padre di Richard, un genitore sprezzante del pericolo del figlio, tanto da lasciarlo andare al suo destino nella più assoluta indifferenza. La puntigliosa ricostruzione storica degli eventi si sovrappone a una rielaborazione della storia americana di quel periodo, contrappuntata da un montaggio febbrile e da alcuni slanci ironici, quando non grotteschi, come la geniale apparizione di John Wayne in “Un uomo tranquillo”. Disintegrando il Sogno americano, Van Sant ne sfronda gli allori e soprattutto rammenta il sacrificio dei più indifesi. Con Bill Skarsgård (Tony) e Dacre Montgomery (Richard), entrambi bravissimi, il film, nelle didascalie finali, ci ricorda come il processo terminò con l’assoluzione dell’uno e il successivo fallimento dell’altro e di tutta la sua agenzia, giustizia trionfando. Voto: 8.
Van Sant: un thriller politico anticapitalista Pillion: un sadomaso d'amore, esordio ok
Un fatto di cronaca accaduto nel 1977 a Indianapolis si trasforma in un thriller politico sull’America capitalista, capace di rovinare la vita a risparmiatori pronti a investire i loro...






