VENEZIA - Un coccio di vetro affilato puntato contro il viso, a pochi centimetri dall’occhio, appoggiato sulla guancia. «Ci penso io a farti passare la voglia di vestirti come una poco di buono: se non la smetti, se non torni a comportarti come si deve, ti rovino la faccia». Lui poteva fare quello che voleva, invece se lei si azzardava a lasciare a casa il velo ecco che scattavano gli insulti, le minacce - fin troppo concrete, visto che c’era mancato poco che la ragazza non venisse sfregiata per davvero. E non era bastato neppure il primo passaggio in tribunale a farlo desistere, anzi: ignorando il divieto del giudice, si è presentato sulla porta di casa e ha preteso che la madre e la sorella ritirassero le querele.
Una storia di violenza e prevaricazione, solo in superficie mascherata da questioni culturali, che ha spaccato a metà una famiglia di origini bengalesi residente a Mira, in provincia di Venezia. A imporre la sua personale visione, in questo caso, non era un padre che insisteva a voler decidere per la figlia, né un marito che pretendeva di avere l’ultima parola sulle abitudini della moglie, ma un fratello che non accettava le scelte di vita della sorella, a suo parere colpevole di vestirsi troppo “all’occidentale”.






