ROMA L’aula approva. Antonio Tajani sarà l’“osservatore” del governo al board per la pace a Gaza di Trump, le opposizioni la vedono diversamente: «Osservatori? Semmai siete i guardoni» (copyright Davide Faraone, Italia Viva). Montecitorio si trasforma in un ring per il match sulla politica estera targata Meloni. Finisce con uno sparring leggero: qualche gancio qui e lì in un’aula semivuota.
«Secondo me non esistono alternative a quella che stanno realizzando gli Stati Uniti e non ho ascoltato proposte alternative in questo dibattito» incalza le minoranze il ministro degli Esteri durante le comunicazioni del governo, «se ce ne sono pronto ad ascoltarle». Dal Pd gli rispondono con le parole di Marina Berlusconi. «Il mondo di Trump non è quello che vorrei per me o per i miei figli». Peppe Provenzano fa la rassegna stampa, pesca una ad una le frasi della “Cavaliera” di Arcore al Corriere sul presidente americano. «'L'unica regola di Trump è cancellare tutte le regole'". Lo ha detto Marina Berlusconi. Lei ci parla ancora?».
Istantanee di una giornata movimentata, ma neanche troppo, in Parlamento. Tajani si presenta in Transatlantico all’ora di pranzo, serafico, schiva l’unica vera domanda che tormenta i cronisti assiepati intorno: chi finirà domani nella photo-opportunity del Board of Peace alla Casa Bianca? «Dobbiamo ancora decidere» prende tempo il vicepremier ma la decisione è già stata presa: salvo colpi di scena sarà lui a rappresentare l’Italia al conclave per Gaza di “Donald”. Giorgia Meloni invece resterà a Roma. La chiama in causa Elly Schlein dall’emiciclo della Camera: «Le chiedo di non andare a Washington e di non far partecipare l’Italia al Board of Peace con cui Trump vuole sostituire le Nazioni Unite». Picchia duro la segretaria del Pd. «Eludere la Costituzione significa violarla». Il dado però è tratto. L’Italia sarà nel Board come osservatore e Tajani è alla Camera a spiegare perché.











