I palloncini rossi a forma di cuore sono dappertutto. Ospedale Monaldi di Napoli, terzo piano. Reparto di Cardiochirurgia pediatrica. Un corridoio separa le stanze della degenza ordinaria dalla grande sala della terapia intensiva. Qua, in un box sterile, il piccolo grande guerriero che tiene con il fiato sospeso l’Italia intera lotta per la vita attaccato a una macchinario.
Oggi sono già 56 giorni che va così. Ha due anni e mezzo ed è lo stesso bambino che, in un video girato l’estate scorsa, corre felice nella casa di Nola, in provincia di Napoli e abbraccia la madre con un sorriso che sprigiona gioia ed energia. Attendeva un cuore nuovo da quando aveva pochi mesi perché colpito da una miocardiopatia dilatativa congenita. Poi, il 22 dicembre, la telefonata della speranza. Il giorno successivo, l’operazione durata cinque ore. Quello che accade dopo è cronaca: il nuovo organo non funziona perché gravemente deteriorato, forse a causa del trasporto con ghiaccio secco.
Da quel momento, il bimbo comincia a lottare. È in coma farmacologico, lo tiene in vita l’Ecmo, un vero e proprio cuore artificiale che sopperisce totalmente alle funzioni cardiaco-polmonari. Tecnicamente si parla di “bridge to trasplant”, un ponte che, attraverso il dispositivo meccanico, aiuta a mantenere i pazienti in condizioni stabili in attesa di un trapianto definitivo. Accanto al lettino chiuso nel box, fanno compagnia al piccolo guerriero tre orsacchiotti di peluche. L’ultimo lo ha portato ieri mamma Patrizia: «È lui il grande amore della mia vita e oggi è San Valentino, la festa degli innamorati. Volevo che fosse qui, vicino a lui», dice questa donna di 44 anni che ogni giorno va a trovare il figlio e rilancia il suo appello per un cuore nuovo da trapiantare. «Io non mollo e neanche lui. Voglio che torni prima possibile a casa».













