«Un caso più unico che raro quello a cui stiamo assistendo. Non avevo mai visto un bambino attaccato all’Ecmo 55 giorni. Il piccolo dal cuore bruciato dell’ospedale Monaldi sta lottando davvero con tutte le sue forze. Al massimo quella macchina tiene in piedi fino a 10-15 giorni, invece lui no, combatte». Elena Bignami, presidente della Siaarti - la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva - fotografa così il caso del bambino ricoverato in terapia intensiva a Napoli dal 23 dicembre, dopo che gli è stato impiantato un cuore danneggiato, bruciato dal ghiaccio secco. Ora quel piccolo vive grazie a una macchina che sostituisce cuore e polmoni. «L’Ecmo nel fare bene il suo lavoro impegna moltissimo gli altri organi: reni, polmoni ecc.», spiega la rianimatrice. «Ma i bambini sanno sorprendere».

Non si pensa solo a salvare la vita al bimbo, ma anche a far luce sulla catena di errori che ha portato a questa emergenza. Ieri per circa tre ore Giuseppe Limongelli, ex direttore del reparto di trapiantologia del Monaldi, ha parlato davanti ai pm di Napoli per spiegare quali potrebbero essere le responsabilità dell’equipe di Bolzano e di quella partenopea sul recipiente dozzinale usato per custodire l’organo espiantato, ma anche sul ghiaccio secco che avrebbe bruciato il cuoricino da donare.