A schifiu finì. L'uso del siciliano si presta, perché a portare avanti la mediazione tra maggioranza e opposizione per votare unite una risoluzione sulla guerriglia urbana di sabato scorso a Torino è stato ieri il presidente del Senato Ignazio La Russa.
La richiesta, è il caso di ricordarlo, era arrivata da Palazzo Chigi. Formulata da Giorgia Meloni in persona prendendo a pretesto la telefonata di Elly Schlein - e l’appello a “non dividere, ma unire” - per chiedere un voto comune su un testo scritto a più mani sui fatti di Torino. Niente da fare. Sulla proposta targata Meloni si è sollevato un polverone che la metà basta. Al momento con un’unica conseguenza affatto scontata: aver unito le opposizioni che sui fatti di Askatasuna presenteranno una risoluzione unitaria, smarcandosi per una volta dalla cattiva abitudine di procedere in ordine sparso.
Ma riavvolgiamo indietro il nastro, perché quando di mezzo ci sono i regolamenti parlamentari il racconto si complica inevitabilmente. Ieri alla Camera si è tenuta l’informativa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sul corteo di Torino finito in un pandemonio, con oltre 100 agenti a terra. L’informativa - regolamenti parlamentari alla mano - non prevede risoluzioni e conseguenti votazioni. La “palla” dunque, per rispondere all’appello all’unità della premier, passa per forza di cose a Palazzo Madama. È La Russa a mediare prima della riunione dei capigruppo in agenda alle 15, nel tentativo di convincere i gruppi di opposizione a convergere su un testo comune. Ma la seconda carica dello Stato si trova davanti a un muro, dietro il quale si cela la convinzione granitica e trasversale che Meloni abbia voluto bluffare, chiamare all’unità per spaccare, per dividere un fronte progressista che fatica a stare insieme.












