ROMA. Il decreto Sicurezza prende forma per sottrazione. E, soprattutto, per urgenza. È questo il clima che si respira a Palazzo Chigi dopo il vertice convocato da Giorgia Meloni all’indomani dei fatti di Torino: un confronto rapido, poco più di un’ora, ma sufficiente a fissare alcuni paletti e a certificare che il pacchetto non è ancora blindato. L’obiettivo, però, è chiaro: arrivare al Consiglio dei ministri di mercoledì con un decreto pronto e simbolicamente forte, mentre il resto del cantiere proseguirà in Parlamento.
Il primo passo è anche il più significativo: la stretta sulla vendita dei coltelli ai minori esce dal perimetro del disegno di legge e viene traslocata nel decreto. Una scelta che racconta più di quanto sembri. Da un lato l’esigenza di accelerare, dall’altro la volontà di concentrare nel dl i segnali più immediati sul fronte dell’ordine pubblico. Nello stesso contenitore (e con identica ambizione) dovrebbe entrare anche lo scudo penale per le forze dell’ordine, misura su cui la maggioranza ha deciso di andare avanti dopo settimane di prudenza e distinguo, considerandola ormai una risposta politica non più rinviabile.
Molto più accidentato il terreno del fermo preventivo di polizia fino a 12 ore per soggetti ritenuti pericolosi. Anche su questo punto la volontà politica di procedere c’è, ma il vertice non scioglie il nodo, anzi lo evidenzia. I dubbi di costituzionalità restano e la linea condivisa è quella di evitare interventi che possano comprimere il diritto di manifestare. Il mandato affidato agli uffici legislativi di Palazzo Chigi, in raccordo con quelli del Viminale e di via Arenula, è esplicito: individuare una soluzione praticabile che non esponga il decreto a rilievi immediati del Quirinale. L’idea che riaffiora è quella di rafforzare strumenti già esistenti, come il daspo, giudicato più “maneggevole” e già nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza.










