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3 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:07

Il piano, sempre più esplicito, di preparazione alla guerra dell’Unione europea non riguarda solo il riarmo in senso stretto, ma investe anche il mondo dei trasporti: infrastrutture e transito di uomini e mezzi. Capisaldi di questo piano sono la Mobilità militare e il Libro bianco della difesa: entrambi i documenti pongono l’accento sui problemi strutturali e burocratici che limitano gli spostamenti degli eserciti in Europa e sulla necessità di creare un quadro comune di gestione delle crisi anche dal punto di vista della mobilità. Ma l’Europa, nel pieno del suo delirio bellicista, dimentica un aspetto decisivo: alcune delle infrastrutture strategiche non sono più controllate pienamente da Paesi o aziende Ue a seguito delle politiche di liberalizzazione e privatizzazione volute proprio da Bruxelles.

Fin dall’inizio degli anni Duemila, infatti, l’Ue ha promosso una serie di riforme per stimolare la creazione di un mercato libero e competitivo a livello comunitario, sottraendo di fatto ai governi nazionali la gestione e in alcuni casi anche la proprietà delle reti di trasporto. Queste politiche hanno anche aumentato la frammentazione e la moltiplicazione delle compagnie coinvolte nella gestione dei servizi, dando vita a strutture aziendali poco trasparenti e talmente complesse da rendere difficile ricostruirne persino la proprietà. L’Ue però sembra ignorare questo aspetto. Nella comunicazione sulla Mobilità militare pubblicata dalla Commissione viene detto chiaramente che gli Stati membri devono poter riprendere il controllo delle infrastrutture strategiche in mano ai privati, anche non europei, in caso di emergenza o di scoppio di un conflitto. L’obiettivo è appunto quello di rendere più agevole la mobilità di mezzi e uomini attraverso il Vecchio continente, ma per farlo i governi dovrebbero fare appello a clausole riguardanti le situazioni emergenziali generalmente assenti dai contratti stipulati.