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30 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 18:18

La rivendicazione è chiara: la produzione in Italia crescerà nel 2026. E non è che ci volesse molto a raggiungere un simile obiettivo dopo il peggior anno dal 1954. Limpido anche il secondo target: “Potremo ridurre il ricorso a strumenti di cassa integrazione o contratti di solidarietà in alcuni dei nostri stabilimenti”. Un traguardo che preannuncia già l’uso senza cambiamenti rispetto ai numeri massicci in corso in altre fabbriche. Stellantis va al ministero delle Imprese e del Made in Italy ad annunciare una ripartenza, davanti ad Adolfo Urso, che non significherà piena occupazione né un rilancio sistemico. Basta addentrarsi tra le pieghe delle dichiarazioni e guardare dentro le fabbriche del gruppo per capire come gli annunci sono un gigante dai piedi di sabbia, sui quali resta – tra l’altro – la spada di Damocle del piano industriale che l’ad Antonio Filosa presenterà in primavera.

Alla vigilia di un incontro con le aziende dell’indotto piemontese alle quali chiederà di investire in Algeria per sostenere la filiera corta a supporto dell’espansione della fabbrica di Tafraoui, nonché nel giorno in cui annuncia un nuovo stop agli impianti di Cassino, il gruppo controllato da Exor della famiglia Agnelli-Elkann ha sostenuto che i segnali della ripartenza ci sono tutti e il 2026 porterà volumi migliori. Si intravedono – sostengono – a Mirafiori grazie alla 500 ibrida e a Melfi con la Jeep Compass. Si tratta di due modelli che, nelle previsioni, varranno oltre 100mila vetture in più prodotte nei prossimi undici mesi. Se Stellantis dovesse replicare i numeri degli altri modelli fatti registrare nel 2025, supererà comodamente le 300mila unità. Cioè poco più del 2024, che fu un anno disastroso. Del resto, negli scorsi dodici mesi, si è fermata a 213mila auto: mai così poche dal 1954.