Il caso non esiste. Altrimenti non si spiega perché, a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi invernali, improvvisamente mi sia imbattuta nella foto perfetta per prendere per il naso i fessi che le hanno organizzate. È una foto del 1974 in cui Mick Jagger, in grande spolvero e più allegro che mai, posa per un ritratto con Leni Riefenstahl. Una coppia che è un paradosso: la pietra rotolante della swinging London e la regista del Fuhrer. Lì per lì uno pensa a un tiro mancino dell’intelligenza artificiale, invece pare che sia proprio vera. Sir Jagger dev’essersi divertito un mondo, perché lui sì che sapeva cosa vuol dire infrangere le regole, altroché quel moralista di Lennon. La Riefenstahl era stata al gioco e il suo sorriso era smagliante, quasi come quelli che rivolgeva a Hitler durante la lavorazione di Olympia, il suo capolavoro.
Di lì in poi è stato un tourbillon di immagini che si assommavano per libere associazioni di idee, quindi è apparso Ghali-Sbirulino redarguito dagli agenti allo stadio perché aveva deciso – lui – che il ministro Salvini allo stadio non ci poteva stare, Massimo Boldi tedoforo mancato, le pantegane di Macron, il veterano olimpico dimenticato per strada e tutto quanto il resto. Insomma, una gran confusione con una sola certezza: aveva ragione Lenin, quando diceva «i capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo», perché se togli capitalisti e metti europei il discorso purtroppo funziona anche meglio. Noi la corda a Sbirulino l’abbiamo pure regalata, ma procediamo per ordine. Leni Riefenstahl, genio indiscusso del cinema di ogni tempo, fu incaricata da Hitler di girare un film sulle Olimpiadi di Berlino del 1936 e ne uscì una specie di miracolo, anche di purismo storico.















