VENEZIA - Il concetto è che ci sarà sempre un Comune di confine a cavallo tra una Regione a statuto ordinario (il Veneto) e una Regione o una Provincia a statuto speciale (il Friuli Venezia Giulia, Trento, Bolzano). Prendiamo ad esempio i Comuni veneziani: se San Michele al Tagliamento lasciasse il Veneto per passare al Friuli, a diventare Comune di confine tra le due Regioni sarebbe Caorle. E se anche Caorle decisse di andarsene, toccherebbe a Eraclea, poi Jesolo, Cavallino-Treporti fino ad arrivare, paradossalmente, a Venezia: l’ex Serenissima Comune di confine?

È partendo (anche) da questi presupposti che il consigliere regionale Alessio Morosin (Liga Veneta Repubblica) lancia quella che a suo dire è l’unica proposta percorribile per superare i tentativi di fuga di alcuni Comuni: creare un’unica Regione, fondere il Veneto e il Friuli Venezia in una realtà da 6 milioni di abitanti. Con che statuto? «Dovremo darci da fare perché sia speciale. Il Friuli non perderebbe prerogative, il Veneto darebbe una risposta alle istanze di autonomia manifestate con il referendum del 2017».

Morosin parte proprio dal referendum sull’Autonomia differenziata: «La sentenza 192 del 2024 della Corte costituzionale ha segnato, purtroppo, un punto di svolta chiaro e difficilmente aggirabile. L’Autonomia differenziata, così come era stata immaginata e promessa, oggi appare priva di prospettive concrete, quantomeno in termini di tempi di attuazione ragionevoli». E siccome nel frattempo è ripresa la voglia di “secessione” da parte dei Comuni di confine, Morosin ha preso contatti prima di tutto con il consigliere regionale friulano Markus Maurmair da cui è partito il “corteggiamento” nei confronto dei municipi veneziani, quindi con l’assessore veneto Marco Zecchinato e con il sindaco di Cinto Caomaggiore, Gianluca Falcomer, “portavoce” delle amministrazioni più interessate. «L’obiettivo - dice Morosin - è aprire un dialogo strutturato con tutti i Comuni del Veneto orientale interessati ad “emigrare” in Friuli. I problemi sollevati sono concreti, fondati e legittimi. Non sono certamente questioni di natura identitaria: il problema è solo di risorse, “schei”, mezzi e strumenti normativi. Principalmente bisogna pensare ai servizi primari, all’organizzazione amministrativa, alle infrastrutture, sanità, scuola, trasporti. Questioni che non si risolvono con scorciatoie né audizioni unilaterali o piantando bandierine di confine. La mia proposta di una fusione tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, prevista dall’articolo 132 della Costituzione, mira a risolvere il problema alla radice, anche a fronte delle grandi aspettative fino ad oggi disattese, conseguenti al referendum veneto del 2017 sull’Autonomia differenziata».