Quando gli storici guarderanno al 2025, lo ricorderanno come l'anno in cui è diventato impossibile ignorare le divisioni che caratterizzano l'ordine mondiale. Dazi. Controlli sulle esportazioni. Dipendenza economica. Tutti elementi che sono diventati strumenti di pressione e, in alcuni casi, vere e proprie armi. Si tratta di tendenze che non sono iniziate lo scorso anno; le barriere al commercio mondiale erano già triplicate l'anno precedente. Il 2025 ha però segnato il momento in cui hanno cessato di essere marginali e sono divenute centrali – il momento in cui la frammentazione ha smesso di essere un rischio e si è trasformata in realtà.
I titoli e i notiziari raccontano una storia di conflitto e protezionismo: di paesi che si richiudono al loro interno, creando nuove barriere e facendo dell'interdipendenza un'arma. Questa storia rispecchia un cambiamento reale nel mondo che ci circonda che però non è rappresentativa di tutta la storia e non racconta la storia dell'Europa.
Il 2026 sarà ricordato come l'anno in cui l'Europa ha risposto a questo mondo nuovo, dimostrando che una strada alternativa è possibile. Dall'energia alla sicurezza, continuiamo a rafforzare la nostra indipendenza strategica. Non rifugiandoci dietro barriere di dazi o isolandoci dal mondo. L'Europa sperimenta un percorso diverso: quello della resilienza all'interno e dell'apertura all'esterno. Perché la forza, oggi, non si costruisce con l'isolamento, ma con la diversificazione.












