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Ultimo aggiornamento: 7:53

In un saggio pubblicato in America nel 2015 (L’alleanza dei corpi. Note per una teoria performativa dell’azione collettiva, Nottetempo), la celebre filosofa femminista Judith Butler teorizzava alcune, recenti performance pubbliche come una nuova forma di espressione e intervento politici: “può essere importante riconsiderare quelle forme di performatività che possono operare solo attraverso forme di azione coordinata, le cui condizioni e i cui obiettivi consistono nella ricostituzione di forme plurali di agency e di pratiche sociali di resistenza”.

Butler faceva riferimento a un’ampia serie di iniziative apparse in tutto il pianeta negli anni precedenti: da Occupy Wall Street alle Primavere arabe, dalle proteste di Atene al Parco Gezi di Istanbul, dalle mobilitazioni queer a quelle degli immigrati irregolari in Usa.

In seguito, questo tipo di “azioni collettive” non ha smesso di prodursi ai quattro angoli del mondo (ricordo almeno il movimento “Donna Vita Libertà” in Iran), ma forse c’è stato bisogno del conflitto israelo-palestinese, e del genocidio perpetrato a Gaza da Netanyahu, per assistere a un loro rilancio globale.