Sull’uscio, finché si può. Ovvero fino a quando Donald Trump terrà aperta la porta. Giorgia Meloni sa che l’Italia dovrà prendere presto una decisione. Entrare o no nel Board per la pace a Gaza? Da spilla da appuntare al petto la membership dell’organismo internazionale battezzato dal presidente americano è diventata fonte di imbarazzi e crucci politici in Europa.

Specie dopo la photo opportunity di Davos e l’invito, accettato di buon grado, ad autocrati come Putin e Lukashenko. Spalla a spalla al cancelliere tedesco Friedrich Merz, tra gli stucchi di Villa Doria Pamphilj, ieri la premier ha ripetuto quanto anticipato per le vie brevi a Trump in una telefonata mercoledì sera. Al momento lo statuto del “Board of peace” «risulterebbe incostituzionale e quindi incompatibile con il nostro ordinamento».

Fa sapere di aver chiesto «al presidente degli Stati Uniti e agli interlocutori americani se vi fosse la disponibilità a riaprire questa configurazione, per andare incontro alle esigenze non solo italiane ma anche di altri Paesi europei». Il governo italiano dunque prende tempo. Ma il dado è tratto: «Autoescludersi non è la scelta migliore». Il diavolo è nei dettagli. Meloni ne ha parlato a Bruxelles con alcuni dei principali leader europei, a margine del Consiglio straordinario dove in realtà il dossier Gaza è rimasto sullo sfondo. Studia un piano per uscire dall’impasse. Un’ipotesi, riferiscono fonti che seguono le trattative, è il “sostegno esterno” degli Stati europei. Un’adesione politica, con una cerimonia ufficiale e impegni annessi, ma senza firmare lo statuto così com’è. Escamotage che darebbe vita a una seconda fascia di “membership” del board e toglierebbe diverse castagne dal fuoco ai principali partner del Vecchio Continente. Niente firma, nessun riconoscimento formale della sovranità di un board internazionale dalla dubbia solidità giuridica, guidato da un presidente “ad personam”, Donald Trump, con poteri quasi illimitati.