In bilico, fino all'ultimo. Non vuole strappare con Donald Trump. Ma non può neanche strappare la tela europea, spingere l'Italia a fare un passo più lungo della gamba. La penna di Giorgia Meloni resta sospesa sullo statuto del “Gaza Peace Board”, l'organismo internazionale a immagine e somiglianza di Donald Trump. Doveva sigillare la pace nella Striscia e avviare la fase della ricostruzione con lo sforzo condiviso degli Stati mediorientali, dell'Europa e dell'America. È diventato tutt'altro: un “Cda” guidato da Trump, aperto all'adesione di chi ha fatto della guerra, altro che pace, un marchio di fabbrica. Vladimir Putin è stato invitato, perfino la sua spalla bielorussa, il dittatore Lukashenko, ieri si è prenotato una sedia al tavolo. Nei fatti, un Consiglio di sicurezza dell’Onu alternativo, sotto il piglio deciso degli americani.

La premier italiana ne parla in un vertice a Palazzo Chigi nella tarda mattinata. Con lei il ministro degli Esteri Antonio Tajani, della Difesa Crosetto, il vice Matteo Salvini, i sottosegretari Mantovano e Fazzolari. Li aggiorna sulla girandola di telefonate con i leader europei nelle ultime ore. Il tedesco Merz, il finlandese Stubb, compagno di golf del Tycoon, il segretario della Nato Rutte. Ursula von der Leyen, con cui anche ieri i contatti sono stati continui. Meloni considera una follia andare allo scontro frontale con Trump ed è la linea di tutti i big del governo alla riunione. E guarda con sospetto l'attivismo del francese Macron che ancora ieri rispondeva a muso duro all'alleato americano da Davos: «Preferiamo il diritto ai bulli». Ma non sottovaluta i rischi politici dell’operazione Gaza targata Trump. Perfino i rischi “legali”. Già, perché lo statuto vergato di suo pugno dal presidente americano, che dovrà regolare la vita del “board” per la pace nella Striscia, pone problemi di compatibilità «costituzionale». Ovvero, spiega Meloni ai suoi durante la riunione mentre Mantovano annuisce, ci sono passaggi di quella carta che rischiano di risultare incompatibili con lo spirito e il testo della nostra Carta costituzionale. L’articolo sei è un esempio. Riconosce entità legale propria al board per Gaza, poteri e immunità ampi ai suoi membri, come anche la possibilità di firmare accordi vincolanti. Di fatto trasferisce quote di sovranità degli Stati firmatari - un po’ come è stato fatto con l’Unione europea - a un’entità sovranazionale e intergovernativa. Guidata da un presidente nominato ad personam - Trump - che resta in carica salvo ragioni di invalidità personale o un voto unanime di tutti i membri. «In ogni caso, potrebbe servire una ratifica del Parlamento» ragiona alla luce di tutto questo Meloni con i suoi. Un passaggio in aula per un testo che vincola l’Italia a impegni, appunto, di rango costituzionale.