BOLOGNA. La mattina del 16 gennaio 2024 l'orefice Sergio Baldazzi venne multato perché viaggiava in una strada del centro di Bologna a 39 km/h. L'esperimento della prima grande città italiana a 30 km/h aveva superato i suoi sei mesi di prova ed entrava in vigore con una sanzione che rinfocolava le polemiche nate quando la legge fu annunciata. Certe erano ragionate, altre politiche, alcune semplicemente da bar. Ieri l'altro, dopo due anni e mezzo di scontri tra Comune e governo, vigili e cittadini, scienziati e sindacalisti, il Tar dell'Emilia-Romagna ha riconosciuto l'efficacia del provvedimento in termini di sicurezza, ma ne ha contestato la legittimità, invitando la giunta a contestualizzare il limite strada per strada, motivandolo, invece di applicarlo a pioggia sul 70% dell'area urbana. Anche questa sanzione ha riacceso le polemiche, che ancora una volta sono state ragionate, politiche oppure solo da bar.
Ma cos'è veramente Bologna Città 30?
Tirare le somme di una norma che il capoluogo emiliano ha adottato sulla linea di alcune delle più progredite città europee e con la quale sta facendo da apripista a importanti centri italiani come Milano e Roma, significa rispondere principalmente a tre domande. La prima, riguarda l'efficacia in termini di riduzione di incidenti e inquinamento. Il sindaco Pd, Matteo Lepore, che ne ha fatto una questione identitaria, ieri ha detto che grazie al nuovo limite, nell'ultimo anno, «sono state salvate 17 vite e si sono registrati 348 feriti in meno». Parlava dalla conferenza stampa in cui annunciava che i suoi assessori sono già al lavoro per adeguarsi ai requisiti richiesti dal tribunale amministrativo e che la misura resta attiva.















