I recenti fatti di cronaca che hanno sconvolto il mondo della scuola - l’omicidio avvenuto all’istituto "Einaudi-Chiodo" di La Spezia, dove il diciannovenne Zouhair Atif ha ucciso a coltellate il compagno Youssef Abanoub (18 anni) per una lite legata a una ragazza contesa, e l’episodio di Santa Maria delle Mole in Lazio, dove una dodicenne ha ferito un coetaneo che aveva "fatto la spia" per un compito copiato – hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza. In entrambi i casi, gli studenti erano riusciti a introdurre dei coltelli all’interno delle classi, un dettaglio che ha spinto il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, a rilanciare l’ipotesi dell’installazione di metal detector in alcune scuole considerate "a rischio". Una misura, già diffusa in molti licei degli Stati Uniti e del Regno Unito, che il Ministero intende affiancare a un potenziamento dell'educazione civica e a un inasprimento delle norme sul voto in condotta.
Siamo andati vicino all’uscita di due istituti superiori di Pordenone, il Kennedy e il liceo scientifico Michelangelo Grigoletti, per capire cosa ne pensano i diretti interessati. Ciò che colpisce immediatamente è l’altissimo grado di consapevolezza: non c’è studente che non sia a conoscenza dei fatti. Al Kennedy, una studentessa di 17 anni è netta: «È ingiusto morire o restare feriti a scuola. Molti portano armi per una distorta idea di difesa personale, per non farsi schiacciare. I metal detector? Non solo in alcune scuole, andrebbero messi in tutte». Dello stesso avviso un suo coetaneo, che pur ammettendo il senso di controllo "estremo", vede nel dispositivo una tutela necessaria: «Può succedere ovunque, anche qui. L’educazione parte da casa, ma il controllo a scuola aiuta». Luca, diciottenne, va oltre: «Soluzione ottima. Ma servirebbe anche una presenza maggiore delle forze dell’ordine e insegnanti più attenti alla vita dei propri alunni». Fuori dai cancelli incontriamo anche Atif, genitore di origini bosniache classe ’76. La sua analisi tocca il tema della rete sociale: «Tutto dipende dall’educazione, ma anche un bravo ragazzo può farsi trascinare dalle cattive compagnie. Il metal detector va bene per la sicurezza, ma non risolve la violenza alla radice. Oggi le famiglie non comunicano: se io conoscessi un ragazzino con dei problemi, vorrei poterlo dire alla sua famiglia senza timori. Vorrei che gli altri facessero lo stesso con me».















