La parola tecnica è “copinage”, ovverosia familismo. Libero lo ha scritto fin dal primo giorno: la gestione delle conseguenze del rogo di Crans-Montana da parte del Canton Vallese, sia dal punto di vista delle istituzioni politiche sia da quello della magistratura, è quanto meno nebulosa. Le fiamme che hanno bruciato Le Constellation hanno generato una coltre di fumo che si fa sempre più fitta, e contrasta con il candore della neve che ha coperto la cittadina svizzera. Sono diversi gli indizi che legittimano quello che il quotidiano elvetico Nzz ha definito “il comprensibile scetticismo degli italiani”, non solo sulla macchina dei soccorsi svizzeri ma soprattutto sulle modalità con cui il Vallese si sta preparando a rendere giustizia alle vittime. Proviamo ad elencarli. Innanzitutto c’è l’intimidazione di cui i giornalisti italiani inviati sul posto sono stati e continuano a essere vittime.

«Se vi avvicinate al sindaco, lo fate a vostro rischio e pericolo», è stato intimato da alcuni funzionari del Comune di Crans ai giornalisti Rai che volevano intervistarlo, alludendo - è auspicabile in questo comunque disdicevole siparietto - a eventuali querele e nulla più. Un episodio che ricorda, nella sua brutalità, quello ben più grave di cui è stata vittima sempre una troupe Rai nei giorni scorsi, quando si è avvicinata a uno degli altri locali gestiti dai coniugi Moretti ed è stata allontanata in malo modo da parte di alcuni membri del clan della coppia. Che si ravvisi una similitudine tra i comportamenti dei pasdaran delle autorità locali e quelli dei gestori de Le Constellation è piuttosto inquietante. Beffarda è poi la circostanza che questo sia avvenuto all’indomani del licenziamento del responsabile della comunicazione del sindaco Nicolas Féraud, punito per la tragica conferenza stampa tenuta dal primo cittadino nei giorni successivi al massacro. Evidentemente i successori del povero Thierry Meyer non vogliono guai, e hanno deciso che la non trasparenza sarà la loro stella polare.