di Claudia De Martino*
Studenti, giovani, commercianti del bazar di Teheran, funzionari del governo, persone comuni di tutte le classi sociali stanno scendendo in piazza da tre settimane, al rischio della loro vita, per protestare contro le miserabili condizioni economiche in cui li ha ridotti la Repubblica islamica e contro la repressione del regime. Non è la prima volta che i cittadini iraniani scendono in piazza assumendosi dei rischi mortali: lo hanno fatto almeno quattro volte solo negli ultimi vent’anni, nel 2009 con l’Onda Verde, dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad a Presidente, nel 2017-2018 contro la crisi economica imposta dal regime, nel 2019 a seguito dell’impennata dei prezzi della benzina, e ancora nel 2022 al ritmo del celebre slogan “Donne, vita, libertà” (Zan, Zendegi, Azadi) a seguito della cruenta uccisione da parte delle forze dell’ordine di una giovane donna, Mahsa Amini, accusata di non portare correttamente il velo.
Tuttavia, molti analisti – tra cui Karim Sadjadpour, analista del Carnegie Endowment for International Peace – sostengono che questa volta si tratti di un caso diverso e che il regime sia confrontato ad una minaccia esistenziale, non tanto per la virulenza delle manifestazioni, che inneggiano apertamente alla fine della teocrazia, quanto per il contesto geopolitico in cui la Repubblica islamica si trova, enormemente indebolita rispetto al 2022. Con la caduta della Siria di Assad (8 dicembre 2024), il regime ha perso ogni collegamento via terra con la sua milizia più temibile, Hezbollah, che gli israeliani hanno comunque decimato nella recente guerra (settembre-novembre 2024) e la cui leadership è stata decapitata con l’attentato dei beepers e l’omicidio mirato di Nasrallah (27 settembre 2024).











