La seconda vita di Alberto Trentini inizia con un gesto di gentilezza. Poco dopo l’atterraggio più emozionante di sempre e gli abbracci che scaldano una mattinata gelida, le lacrime trattenute a fatica di fronte alle telecamere e tutte le carezze di mamma Armanda. La prima richiesta, dopo quella sigaretta in ambasciata, è semplice ma da uomo galante: «Accompagniamo l’avvocato alla stazione? Non lasciamola da sola, dai». E così sia. L’occasione è buona per un giro dentro Roma: da Ciampino a Termini, passando per la via Appia, sfiorando il Colosseo e rivolgendo lo sguardo verso San Pietro. «In cella però non ho mai pregato», precisa il cooperante veneto. C’è il sole e non ci sono telecamere nel piazzale della stazione: c’è il tempo di abbracci e confidenze lontano da occhi indiscreti. C’è un furgone pronto a partire verso Treviso, col motore già acceso ma prima ci sono molti grazie da ripetere: alle orecchie dell’avvocato che il treno per Genova deve attenderlo ancora più di un’ora e verso quegli agenti che Trentini non ha avuto neanche il tempo di conoscere ma che sicuramente hanno fatto qualcosa per lui. «Non mi sono mai sentito da solo quando ero dentro quella cella, certi messaggi mi sono arrivati, avevo capito che l’Italia stava facendo molto per la mia liberazione. La detenzione è stata molto difficile, ma non mi hanno mai fatto del male. Certo non è stato un bel periodo».
Trentini, la routine in cella e la scacchiera fatta con sapone e carta igienica: «È stata dura ma non mi sono mai sentito solo»
La seconda vita di Alberto Trentini inizia con un gesto di gentilezza. Poco dopo l’atterraggio più emozionante di sempre e gli abbracci che scaldano una mattinata gelida, le lacrime...














