In questi giorni si sono celebrati i funerali dei ragazzi morti a Crans-Montana. Bare piccole, chiese piene, silenzi che pesano più di qualsiasi parola. E mentre alcune famiglie salutano i propri figli per l’ultima volta, altri ragazzi stanno ancora lottando per sopravvivere nei letti d’ospedale, tra ustioni, terapie intensive e un futuro che nessuno oggi può permettersi di immaginare.
È questo il tempo del rispetto. Non del giudizio. Non delle sentenze morali. Non della caccia al colpevole da tastiera.
E invece, anche dopo i funerali, continuano a circolare post e commenti che colpiscono dove il dolore è già massimo: contro i genitori, accusati di non aver vigilato abbastanza; contro i ragazzi stessi, colpevolizzati per essere stati lì, per aver festeggiato, per aver vissuto.
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È una deriva pericolosa. E profondamente disumana. Quando muoiono dei ragazzi, la prima responsabilità degli adulti non è spiegare, ma proteggere il senso del limite. Perché il limite serve anche nel linguaggio, nel pensiero, nel modo in cui si attraversa una tragedia collettiva. Offendere la memoria di chi non c’è più non è libertà di opinione. È una forma di violenza secondaria.











