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7 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 17:47

Crans-Montana non è solo una località alpina legata all’idea di bellezza e vacanza. Per molti, oggi, è anche il nome di una tragedia improvvisa e collettiva. Una frattura che arriva senza preavviso e che incrina, in un attimo, le nostre narrazioni rassicuranti sulla sicurezza, sul controllo, sulla prevedibilità della vita.

Partire da Crans-Montana significa partire da un evento che non consente scorciatoie emotive. Qui la morte non è il risultato di un percorso di malattia, non è una fine accompagnata, non è qualcosa per cui ci si possa preparare. È un’irruzione violenta del limite. Arriva tutta insieme, travolgendo e lasciando chi resta senza parole, senza appigli. Di fronte a tragedie collettive, il primo riflesso culturale è spesso la spiegazione. Si cercano responsabilità, si analizzano dinamiche tecniche, si moltiplicano ipotesi. È comprensibile, in parte necessario. Ma non basta. Perché mentre cerchiamo cause e colpe, restiamo spesso incapaci di stare nella vulnerabilità che questi eventi aprono.