La verità è nei video. E la magistratura svizzera lo sa bene. Infatti ha deciso di partire da lì. Dalle riprese, da quelle ufficiali (cioè da quelle del servizio di videosorveglianza del Constellation) e da quelle amatoriali, dei clienti, dei ragazzini, dei soccorritori, di chi passava di lì per caso, dei sopravvissuti alla strage di Crans-Montana. Basta poco, al giorno d’oggi, e un cellulare in tasca ce l’abbiamo tutti. Una, due, decine di registrazioni che alla fine sono testimonianze, forse pure più accurate e oggettive di quelle rese in perfetta buonafede da chi ha visto l’inferno scatenarsi in una cittadina alpina meta del turismo internazionale durante l’ultima festa di Capodanno. È che la memoria può ingannare, la fotocamera in megapixel di uno smartphone no. Rischia di aggravarsi, proprio grazie alle immagini “in presa diretta” di quella tragedia infame, immensa e devastante, la posizione di Jacques e Jessica Moretti, i proprietari del pub finito in un rogo di massa: lei bellissima, fisico asciutto, occhi scuri; lui più bassino, mezzo stempiato, col pizzetto. Entrambi sorridenti nelle foto che circolano in rete (tutte scattate prima del disastro), entrambi adesso nell’occhio del ciclone. Jessica per quel sospetto, forse ripreso da una telecamera (a propositi) fissata a un palo della luce fuori dal suo locale, di essersela svignata con la cassa del dì sotto il braccio mentre le fiamme si stavano mangiando il pub di Crans e (soprattutto) mentre dentro c’erano ancora decine di persone. Jacques per il suo passato, tornato alla ribalta sui giornali e nei tigì, per quella condanna a dodici mesi di carcere, per puro caso ancora in Svizzera, con l’accusa di sfruttamento della prostituzione in un centro massaggi, nel 2008, sulle sponde del fiume Arve (lui si è sempre chiamato fuori: «Ho gestito quel posto solo per tre mesi»).