Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 8:02
Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia. È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio — quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense.
Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché?
Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa.














