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Ultimo aggiornamento: 14:05
È la fine dell’estate. Dopo mesi di trattative sotterranee, l’apparente periodo di distensione tra Stati Uniti e Venezuela, favorito da quella che è stata ribattezzata “la diplomazia dei prigionieri“, si interrompe improvvisamente quando Washington, il 21 agosto, decide di schierare le sue navi da guerra con 4.500 marines di fronte alle coste del Paese sudamericano. Con questo atto inizia ufficialmente quella che Donald Trump ha cercato di far passare come una guerra al narcotraffico gestito dai cartelli venezuelani, più volte definiti “organizzazioni terroristiche“. In realtà, è apparso subito chiaro che quella del tycoon fosse un tentativo di rovesciare l’establishment della Repubblica Bolivariana.
Da quel momento in poi, la tensione tra i due Paesi è continuata a crescere. Gli Stati Uniti hanno più volte mostrato i muscoli col proprio esercito, mentre il Venezuela ha risposto alle provocazioni attraverso le parole del suo leader che mai si è mostrato impaurito di fronte alle minacce dell’America. Dopo aver schierato, in seguito all’episodio del 21 agosto, 4.500 miliziani, Maduro ha più volte lanciato messaggi al suo omologo, invitandolo a “scegliere la pace e non la guerra“, pur ribadendo di non essere per niente intimorito dall’aggressività statunitense. Ma la Casa Bianca aveva già scelto la strategia da adottare. E non prevedeva la via diplomatica. Già il 23 agosto, fonti Usa avevano fatto sapere che la strategia di Washington puntava a “rovesciare il presidente venezuelano Nicolas Maduro dall’interno”, fomentando “sospetti, rotture e tradimenti” dentro al ventennale movimento chavista. “Maduro dovrebbe dormire con gli occhi aperti”, aveva scritto su X il senatore repubblicano dell’Ohio, Bernie Moreno. Ma ancora non si parlava ancora di attacchi armati come quello di venerdì notte.










